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I social network tendono a formare comunità segregate, creando disinformazione

I social network tendono a formare comunità segregate, creando disinformazione

Secondo una recente ricerca, i social network tendono a formare comunità segregate, creando disinformazione.

Pubblicato: 08/03/2017 11:05

di: redazione social media

   

Una recente analisi, apparsa sugli “Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze” (Pnas) rivela che i social network tendono a formare comunità segregate, creando disinformazione.
Tale ricerca
costituisce un aggiornamento dell’ultimo studio del team di ricercatori del Laboratory of Computational Social Science (CssLab) all’Istituto di studi avanzati di Lucca e dell'Università di Roma La Sapienza, coordinati da Walter Quattrociocchi, che aveva analizzato le dinamiche di diffusione delle bufale complottiste, studiando il comportamento degli utenti attraverso condivisioni e commenti su Facebook.
Dallo studio si evince che il fenomeno della polarizzazione degli utenti sembra dominare il consumo di notizie su Facebook. In parole povere, gli utenti tendono a concentrarsi su un numero limitato di testate giornalistiche e fonti di notizie  di cui condividono valori e punti di vista. Per questo motivo si ha sempre meno occasione di modificare le proprie opinioni.
Un modo di fare che può trasformare i social network in un elemento di disinformazione, anche più di quanto non faccia la diffusione di bufale varie e notizie non verificate.
In questa maniera, i social network tendono a formare comunità segregate, rendendo la comunicazione sempre più personalizzata, sia nel modo in cui viene proposta, sia come viene condivisa attraverso i social network. Gli utenti, infatti, sono soliti concentrarsi su narrazioni specifiche e a riunirsi in determinati gruppi, al fine di rafforzare la propria visione del mondo.
Servendosi di metodi di analisi statistica, il team di scienziati è arrivato a queste conclusioni analizzando le interazioni di 376 milioni di utenti di Facebook con più di 900 agenzie di stampa (elencate nello European Media Monitor) nell’arco di circa 6 anni (tra gennaio 2010 e dicembre 2015).

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